Violenza digitale: il Revenge Porn e il caso della Maestra torinese

[di Alessia Sorgato, avvocato penalista]

 

La settimana scorsa si è concluso a Torino il processo penale relativo alla vicenda di una maestra d’asilo, costretta a dimettersi dopo che erano circolate alcune sue immagini intime.

Al di là dell’entità delle pene inflitte, che si aggirano attorno all’anno di reclusione, lo spunto è utile per tornare su un argomento molto attuale, di cui ci siamo già occupati a lungo: il c.d. Revenge Porn.

 

Va subito evidenziato che i fatti oggetto di quel processo sono precedenti alla legge n. 69 del 2019, più nota come Codice rosso, che solo da agosto di quell’anno ha introdotto nel nostro sistema lo specifico reato, collocando nel codice penale l’articolo 612 ter.

La stampa che si è occupata della sentenza torinese, infatti, parla di altre fattispecie, ascritte agli imputati, che spaziano dalla diffamazione alla violenza privata. Questi, obiettivamente, erano i delitti ravvisabili prima dell’approvazione della norma specificamente dedicata al fenomeno che, con una dizione molto più ampia, altrove ho chiamato “violenza digitale”.

Possiamo quindi suddividere l’argomento in due: prima di Codice Rosso e dopo.

 

Prima, come abbiamo visto, se la vittima era minorenne, potevamo parlare di pedopornografia, altro termine genericamente dedicato a tutte quelle ipotesi di reato aventi ad oggetto persone minori di 18 anni, dall’esibizione in spettacoli erotici, alla produzione di materiali che li coinvolgessero sessualmente e via via, attraverso tutta la variegata gamma delle attività di diffusione, distribuzione, perfino semplice detenzione. Le pene, in quel caso, erano e sono molto severe: da un massimo edittale di tre anni per l’ultima ipotesi appena citata, si sale alla forbice tra sei e dodici anni di detenzione per chi realizzi le esibizioni, recluti i minori a parteciparvi e chi commerci materiale pedopornografico. L’ipotesi più frequente, ossia quella della diffusione anche per via telematica, era ed è punita con la reclusione da uno a cinque anni. Per tacer delle pene pecuniarie, che sono invero molto, molto salate (parliamo di massimi tra i 50 ed i 240mila euro, circa).

Se la vittima era maggiorenne, invece, bisognava andare in cerca di altre norme, il cui paradigma ricorresse nella vicenda concreta: chi aveva diffuso immagini in modo da recare “offesa all’altrui reputazione”, rischiava la reclusione sino ad un anno. Questa è la sanzione per la diffamazione e da questa si può dedurre che, a Torino, sia stato inflitto il massimo della pena. Questa è anche la spiegazione della assoluzione dell’uomo che, avendo ricevuto le immagini della maestra, perché iscritto ad una chat di cui faceva parte l’ex fidanzato della vittima, le aveva inoltrate a sua moglie, riconoscendovi la maestra d’asilo della figlia. Evidentemente, il suo scopo non era offendere la maestra ma informare la propria compagna.

Proviamo ora ad immaginare che la vicenda torinese sia accaduta a settembre 2019, o accada oggi.

 

L’ex fidanzato della maestra, reo di avere realizzato o sottratto le immagini sessualmente esplicite, ed averle poi inviate (nel caso della chat sarebbe più corretto parlare di “pubblicazione”, perché i destinatari sono più di uno, ma in numero ristretto) ad altri senza il consenso della persona rappresentata, invece che un anno di messa alla prova avrebbe rischiato da uno a sei anni di reclusione e fino a 15mila euro di multa, oltre al risarcimento dei danni alla sua ex compagna.

La moglie del compagno di squadra, che aveva poi provveduto a far circolare quelle immagini tra altri genitori di piccoli alunni della vittima, avrebbe rischiato la medesima pena, in quanto “revenger” di secondo grado, ossia di una ulteriore “pubblicazione”. Il nodo sarebbe stato, in questo caso, la prova del “fine di nocumento”, ossia di una specifica motivazione a danneggiare la maestra. Volendo dedicare, solo in linea teorica, una ulteriore riflessione, il punto nevralgico qui sta nella differenza tra lo scopo e le conseguenze dell’aver inoltrato quei materiali: al fine di farla licenziare o per altre finalità, facilmente collocabili in area “tutela dei minori”, ossia dei bimbi affidati alla maestra?

Cosa poi avesse a che spartire l’attività sessuale, lecita e consensuale, intrattenuta dalla donna col proprio compagno dell’epoca, con le capacità di essere una buona maestra d’asilo, questo poi andrebbe chiesto alla preside che, al contrario, costringendola a dimettersi per salvaguardare il buon nome dell’istituto, non per nulla è stata condannata per violenza privata.

 

Per concludere, il raffronto “matematico” fra il trattamento sanzionatorio di allora, e quello ora vigente, ci mostra come l’introduzione dell’articolo 612 ter nel codice penale abbia comportato una vera svolta nel sistema. Con pene così elevate, l’effetto deterrente della norma pare garantito.

Il punto, che non mi stancherò mai di sottolineare, è che alla conoscenza di questa legge – per altro non proprio scontata, soprattutto nelle fasce più giovani – non pare accompagnarsi un’adeguata coscienza, sia a livello singolo che collettivo. Mi piacerebbe molto indire un sondaggio, tra persone dai 14 ai 35 anni di età, e chiedere loro non soltanto se abbiano o meno mai fatto ricorso al sexting, ma soprattutto se ne conoscano i rischi, sia come persone rappresentate che come riceventi – e divulgatori eventuali.

Temo che le risposte non ci piacerebbero.
Quindi, ne parleremo ancora, perché anche questa è prevenzione.

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