Uscire di casa in tempo di Coronavirus

 

stay home

Di Alessia Sorgato
[Dati aggiornati al 31 marzo 2020]

Mentre la nostra coscienza è ancora scossa dalla notizia dell’uccisione di Lorena, una giovane studentessa di medicina, per mano del fidanzato, ritengo opportuno deviare dall’argomento a cui è principalmente dedicata questa rubrica per fornire qualche chiarimento sul tema che, in questi giorni di clausura, ci sta molto inquietando:

 

Possiamo uscire? Quando? A quali condizioni? Cosa succede se non ne abbiamo i requisiti?

 

In questi mesi si sono succeduti 7 decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri e tre decreti legge, l’ultimo dei quali (il n. 19 del 25 marzo) è in vigore mentre scrivo questo articolo: ne attendiamo a giorni uno ulteriore, che dovrebbe coprire temporalmente tutto il mese di aprile per cui, in ipotesi di modifiche, provvederò ad aggiornare i dati odierni.

Questa super-normazione non si registrava da molto tempo, forse non ha neppure un vero precedente nell’era repubblicana, e il dato dovrebbe far riflettere ed indurre tutti ad una – se possibile – maggiore serietà nell’approcciare soprattutto quelle misure che più stanno strette agli italiani: i divieti dettati al fine di contenimento del virus. Che lo si voglia o meno ammettere, una delle ragioni per cui le disposizioni si sono fatte via via più restrittive riposa proprio nell’indisciplinatezza dei nostri concittadini, nelle bravate pericolose, nello sprezzo per i limiti che sono stati posti solo a nostra salvaguardia.

Andiamo per ordine.

 

Il 30 gennaio 2020 l’Organizzazione mondiale della Sanità dichiara lo stato di emergenza di sanità pubblica a rilevanza internazionale ed il giorno seguente il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri delibera altrettanto “in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili” (in Gazzetta Ufficiale del 1^ febbraio). Da allora si susseguono i DPCM (23 e 25 febbraio, 1, 4, 8, 9 e 11 marzo), i decreti legge (2 marzo n. 9; 9 marzo n. 14 e da ultimo 25 marzo n. 19) e le ordinanze delle singole Regioni.

Non serve ricordare che da misure di contenimento tutto sommato calibrate, come la creazione di singole zone rosse (ove focalizzati i cluster epidemici) e la chiusura delle scuole o dei musei, siamo passati velocemente all’estensione dei vincoli sull’intera Lombardia ed altre 14 province e poi a tutto il territorio nazionale, divenuto “zona protetta”: le immagini dell’esodo nella sera tra il 7 e l’8 marzo resteranno indelebili, come pure quelle dei bar e dei mercati pieni di gente.

 

E così le maglie si sono dovute chiudere, in un crescendo di specificazioni sempre più stringenti e limitative soprattutto delle ipotesi in cui possiamo ancora uscire, che è il vero core board di questo pezzo.

 

All’inizio – ossia con i primi decreti – il mancato rispetto delle misure veniva punito “ai sensi dell’art. 650 c.p.”, quindi con “l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro”.

Questa (vecchissima, risale al 1930!) norma introduce una contravvenzione (si viene puniti sia in caso di violazione deliberata e cosciente, sia in caso di negligenza, imprudenza, imperizia, quindi sia per dolo che per colpa) che viene considerata <norma penale in bianco> perché fa rinvio ad un “provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene” (nel nostro caso siamo nell’ultima ipotesi, trattandosi di sanità pubblica) che è stato violato.

In quei DPCM questo reato ricorreva sia per chi violasse i primi obblighi di quarantena (per chi provenisse dalla Cina o avesse avuto contatti con casi conclamati di contagio), poi, coi decreti dell’8 e 9 marzo, per chi manifestasse i sintomi (infezione respiratoria e temperatura superiore a 37,5°) e ancora per chi fosse stato trovato a transitare per strada senza comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute.

A questo reato si aggiungeva, e si aggiunge tuttora, una specifica ipotesi concernente le c.d. autodichiarazioni, ove attestare il falso comporta (tramite il rinvio che ne fa il DPR 445/2000) violazione dell’art. 495 codice penale e conseguentemente la sanzione da 1 a sei anni di reclusione per chi dichiari il falso ad un pubblico ufficiale su identità e qualità personali proprie e altrui (possibile anche l’arresto facoltativo in flagranza).

L’art. 650 c.p. fa comunque salva l’ipotesi che il fatto costituisca un più grave reato: sulle prime, soprattutto richiamando la giurisprudenza in tema di HIV, i commentatori hanno ipotizzato che uscire di casa, consci di essere ammalati, rappresentasse qualcosa di più grave di una semplice contravvenzione e arrivasse sino a ipotesi come le lesioni, l’omicidio (anche tentati) e l’epidemia. Queste eventualità sono tuttora aperte, anche se va precisato che i criteri generali di imputazione non hanno ricevuto alcuna deroga in tempi di coronavirus per cui andrà ben vagliato caso per caso, con l’accortezza che in diritto penale, quand’anche si usino termini del linguaggio comune, l’accezione è spesso più ristretta. Nel caso dell’epidemia, per esempio, non sarà sufficiente il contatto umano, ma necessaria la diffusione (o diffusività) incontrollata degli agenti patogeni ad una pluralità indeterminata di persone, detta disastro sanitario (Cass., sez. 1^ pen., 26 novembre 2019 n. 48014).

 

Mentre l’articolo 650 c.p. è così rimasto applicabile a tutte le ipotesi di violazione delle misure di contenimento (e ciò sino al decreto legge del 25 marzo, che vedremo da ultimo), si sono ristretti via via i casi in cui l’uscita da casa era consentita.

 

Dalle tre ipotesi di cui ai primi provvedimenti, si è via via precisato per esempio che alla voce esigenze lavorative andasse specificato il luogo ove si svolge la prestazione e si sono aggiunti motivi come “urgente assistenza a congiunti o persone con disabilità” piuttosto che “intervento assistenziale a favore di persona in grave stato di necessità”, e ancora “obbligo di affidamento minori” o “denuncia di reato”. Col terzo modello di autodichiarazione (quello del 17 marzo) è entrata una nuova voce: non essere positivi al Covid-19 (che comporta l’essere già stati sottoposti a tampone, pur se asintomatici) né in quarantena perché in contatto con soggetti positivi.

L’art. 4 del DL n. 19 dello scorso 25 marzo ha spazzato via le disposizioni precedenti, introducendo una ipotesi ad hoc, che sanziona amministrativamente con la somma da 400 a 3000 euro chiunque violi le misure di contenimento adottate in forza dello stesso DL o delle Regioni (nei limiti temporali e nei casi eccezionali in cui queste si aggiungano a quelle nazionali), mentre per chi circoli positivo al virus la norma richiamata è l’art. 260 Testo unico leggi sanitarie, che è stato a sua volta riformato ed oggi prevede l’arresto da 3 a 18 mesi e l’ammenda da 500 a 5000 euro.

Da notare che questa disposizione si applica anche alle violazioni commesse prima del 25 marzo, ma in tal caso in misura ridotta (il minimo ridotto a metà, ergo 200 euro).  

Lascia un commento