Stalking e Coronavirus | Lex&Love

Di Alessia Sorgato
[Dati giurisprudenziali aggiornati ad Aprile 2020]

 

È difficile immaginare che oggi, a dieci anni circa dall’approvazione della legge introduttiva del reato di atti persecutori (articolo 612 bis del codice penale) vi sia ancora qualcuno che ignori come essi si presentino ed a quali condizioni la legge italiana li persegua e punisca.

 

Tuttavia la sensazione che, sia sul fronte della vittima che di quello dello stalker, esistano ancora zone grigie in cui si annida la confusione ed il disorientamento, soprattutto nella fascia più giovane degli interessati, è forte, diversamente non si spiegherebbe come mai il fenomeno sia tuttora così diffuso da sollecitare continuamente la magistratura.

Il delitto in parola è oggi uno dei più ricorrenti nel mondo moderno e dei più interessanti dal punto di vista teorico visto che, a mio parere, ha dato ufficialmente ingresso nell’aula del Tribunale di discipline e studi diversi da quelli di legge, e segnatamente del diritto penale sostanziale senza però necessitare di “portavoce”.

Sino al 2009, infatti, quando il giudice necessitava di consulenze in tema, per esempio, di medicina, edilizia, psichiatria e così via, nominava un esperto e lo incaricava di spiegare gli elementi – propri di quelle materie – alla cui base si potesse decidere dell’esistenza o meno di un reato e della sua attribuibilità a un essere umano. O meno.

Ma quando oggi ci si trova di fronte ad una imputazione per atti persecutori, molto di rado si convoca uno psicologo forense, nella convinzione che i singoli componenti del reato possano essere compresi e gestiti anche da parte degli interpreti, degli addetti alla professione legale.

 

Al di là del fatto che la sottoscritta, invece, ritiene molto utile ricorrere a quel genere di ausiliario, soprattutto per dimostrare e quantificare il danno inferto alla vittima da parte di chi l’abbia perseguitata, una digressione che esuli dalla conoscenza della norma e della sua applicazione pratica, per tornare invece a teorie più tipiche di studi psicologici, appare molto utile persino in questa rubrica, destinata alla divulgazione non tecnica.

 

Se nel linguaggio comune tutti, o quasi, ritengono di saper riconoscere il comportamento di un* stalker, la definizione dell’articolo 612 bis del codice penale è molto specifica.

Si puniscono infatti quelle minacce e/o quelle molestie (purchè reiterate) che abbiano ad effetto il provocare uno di questi eventi: ingenerare ansia o paura (in modo grave e perdurante) oppure un fondato timore per l’incolumità propria o di un congiunto ovvero costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita.

 

Si tratta di un reato grave, visto che la legge entrata in vigore ad agosto 2019, nota a tutti come Codice Rosso, ha elevato la pena da un anno a sei anni e mezzo di reclusione, che si innalzano ulteriormente nelle ipotesi aggravate, quando per esempio l* stalker sia il coniuge, anche separato o divorziato, o comunque persona legata, anche in passato, da relazione affettiva oppure quando si usino mezzi telematici o informatici, e questo aumento di pena arriva sino alla metà (quindi ulteriori tre anni e tre mesi, nella massima ipotesi) se la vittima sia minore di età, donna in gravidanza o persona affetta da disabilità, oppure con armi o da persona travisata (camuffata, coperta, irriconoscibile).

La letteratura scientifica ha da tempo, molto prima del diritto, offerto liste molto lunghe e fruibili di comportamenti tipici dello stalking, che poi la norma ha cristallizzato nel binomio minaccia/molestia: azioni di controllo (come pedinamenti, appostamenti nei luoghi frequentati dalla vittima, raccolte di informazioni su di lei e le sue abitudini, comportamenti di sorveglianza, incontri più o meno presentati come casuali) ed azioni di disturbo (dalle telefonate e dai messaggi intrusivi, non richiesti, non graditi, anche mediati, agli inviti, all’invio di regali, fiori, merci a pagamento, sino poi alle minacce, ai danneggiamenti ed alle violazioni di domicilio) giusto per offrire un sunto molto veloce.

È importante che questi comportamenti siano reiterati: non basta un’azione singola ed estemporanea, che continuerà a costituire reato a condizione che la legge la preveda come tale (la minaccia è prevista dall’art. 612 e la molestia dal 660 c.p.), è necessaria la ripetizione, eventualmente variando condotta e modalità, ma comunque più e più episodi.

 

La psicologia e la criminologia, per tornare a quelle discipline che meglio aiutano il giudice e l’avvocato nella interpretazione dei comportamenti umani, hanno classificato l* stalker in base alle motivazioni latenti che lo spingono a perseguitare: abbiamo il rifiutato – che lamenta la rottura della relazione e forza l’altro a ricostruirla contro il suo volere – abbiamo il risentito, che ritiene di aver subito un torto o un’ingiustizia e vuole vendicarsi; il ricercatore di intimità, che si indirizza a sconosciut* o comunque a persone con cui non ha relazioni, nella convinzione che prima o poi verrà ricambiat* (questa può diventare vera erotomania); quindi il corteggiatore incompetente, che non riesce ad allacciare ed intrattenere rapporti ordinari e soprattutto non comprende i “no” e la mancanza di interesse; ed infine il predatore, che progetta ed agisce l’aggressione, spesso anche sessuale.

Nella pratica forense abbiamo conosciuto rappresentanti di ciascuna di queste categorie, spesso anche fuse nella stessa persona, ed abbiamo catalogato infinite varietà comportamentali, riferiteci dalle vittime che hanno riportato, per esempio, di aver dovuto resistere a contenziosi sfibranti e defatigatori (questo si definisce stalking giudiziario), di aver fronteggiato campagne di corteggiamento asfissiante e pervasivo, di aver subito aggressioni erotiche ove si erano sentite preda o manomissioni pericolose ove hanno rischiato la vita (freni dell’auto) o ancora la perdita di un animale domestico ucciso.

La fantasia dello Stalker è infatti una delle più sconfinate nel quadro della pratica forense penalistica.

Perché allora scriverne oggi, in epoca di coronavirus, in cui il nostro essere a casa ci mette, teoricamente, al riparo da questi rischi e da questi danni?

 

Perché la modalità “cyber” è più che mai diffusa, soprattutto ora che i rapporti sociali sono molto rarefatti, e l’uso dei social – e più in generale della Rete – consente di recuperare quel che l’epidemia ha tolto: la possibilità di incontro, frequentazione, contatto.

 

Non a caso, proprio in questo periodo, vengono pubblicate da parte della Corte suprema delle sentenze che si dedicano a esaminare il reato di stalking nell’era del social network: l’ultima, che intendo segnalarvi, è stata depositata il 31 marzo da parte della sezione quinta penale. La Cassazione stabilisce come si verifichi il reato di cui all’art. 612 bis c.p. anche quando la vittima patisca messaggi e post pubblici diffusi in rete, in cui viene ingiuriata, offesa, minacciata se da tali pubblicazioni discenda per lei uno degli eventi ricordati all’inizio, quindi ansia, paura, timore per l’incolumità e/o modifiche delle abitudini di vita (in particolare sull’uso dei devices come il telefono cellulare e la presenza in internet).

Nel caso di specie, quindi, la persona offesa non aveva subito alcuno dei comportamenti, per così dire classici di uno stalking, come le manovre di avvicinamento/accerchiamento di cui si ricordava prima, ma solo attacchi “virtuali”, peraltro allargati anche a famigliari ed amici.

Era stata la vittima a temere che dal mondo web lo stalker si trasferisse in quello reale, cosa mai accaduta, ma non di meno gli ermellini hanno pienamente dato ragione a quei giudici che, nei gradi precedenti di giudizio, avevano ravvisato il delitto e condannato il suo autore.

 

Quindi, anche ora, distanti come siamo, possiamo essere oggetto di reati odiosi come il cyberbullismo e il cyberstalking. Non abdichiamo al nostro diritto di essere protetti e quereliamo, eventualmente contro ignoti: sporgere denuncia è proprio una delle motivazioni valide per uscire contemplate dal modello di autodichiarazione ora in uso.

 

Imparate a difendervi e non rinunciate a farlo.

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