Reddito di libertà: piove sul bagnato | Lex&Love News

Ne avevamo data notizia già da mesi, quando in Gazzetta Ufficiale del 20 luglio 2021 era stato pubblicato il DPCM ad esso dedicato, ma aspettavamo tutti l’approvazione delle Linee Guida che l’Istituto preposto ai pagamenti avrebbe dovuto concepire per il Reddito di Libertà.

Sono state pubblicate nella Circolare n. 166 dell’Istituto Nazionale di previdenza sociale e sono reperibili online sul sito dell’INPS.

In pratica, si tratta di un manuale che elenca i requisiti di accesso a questo contributo, le modalità di compilazione e presentazione della domanda, le funzionalità della procedura, la compatibilità tra questo beneficio ed altre misure di sostegno ed un facsimile di domanda.

Questi i caposaldi della disciplina: anzitutto a beneficiarne saranno le donne vittime di violenza, con due specifiche su cui tornerò in fondo al mio commento perché, a mio parere, costituiscono un vero vulnus per i diritti di molte persone.

Si tratta di un contributo stabilito in misura massimo di 400 euro mensili pro capite, concesso in un’unica soluzione per un massimo di 12 mesi a donne, senza figli o con figli minori, finalizzato a sostenerne l’autonomia. Dovranno essere residenti nel territorio italiano, italiane o straniere e, se extracomunitarie, munite di regolare permesso di soggiorno. A queste sono equiparate le rifugiate politiche e le donne che godano di protezione sussidiaria ex art. 27 d.l.ivo 251/07.

Il contributo sarà bonificato (motivo per cui va fornito un iban) e dovrà essere impiegato per acquisire autonomia abitativa e personale nonché per sostenere il percorso scolastico e formativo dei e delle minori. È cumulabile con altre contribuzioni quali reddito di cittadinanza e Naspi.

Ma. C’è un ma, anzi, ce ne sono due. 

Le mie osservazioni possono riassumersi in un vecchio adagio che suona così: “Piove sempre sul bagnato”.

  • Primo: la donna che voglia richiedere questo contributo, se straniera extracomunitaria, deve possedere il permesso di soggiorno.
  • Secondo: deve essere seguita da un Centro Anti Violenza riconosciuto dalla Regione dove situato.

Come a dire che, se esci dalla violenza, devi farlo con un doppio patentino: regolare tu e regolare anche l’associazione che ti aiuta a farlo. Chi, come me, mastica un po’ la materia e bazzica comunità, case rifugio, co-housing sociali, onlus e quant’altro, sa bene che il crisma di CAV non ce l’hanno tutte, anzi, probabilmente sono molte di più le realtà di volontariato che non ne sono insignite, eppure lavorano, e anche bene, senza chiedere nulla.

I CAV accreditati, invece, ricevono sovvenzioni pubbliche, oltre alle donazioni dei privati tant’è che, quando si interrompono, soprattutto le prime, si grida allo scandalo perché rischiano di chiudere. Protesta sacrosanta, che sostengo.

Ma io penso alle decine e decine di associazioni nate e cresciute su base assolutamente volontaria, dove le socie forniscono aiuto come possono, chi traducendo per le straniere, chi organizzando laboratori, chi fornendo sostegno psicologico o aiuto pratico (soprattutto con la burocrazia italiana) chi infine dispensando pareri giuridici. Ne conosco molte e per alcune aiuto le loro donne nel percorso giudiziario.

Perché penalizzarle in questo modo? È chiaro che loro avranno il dovere di segnalare di non essere titolate a rilasciare la dichiarazione di presa in carico che va allegata alla domanda di reddito di libertà. Ed è altrettanto chiaro che le donne, che vogliano chiedere il beneficio, andranno via, altrove, dove c’è il patentino.

E poi, perché solo le straniere regolari, quando è evidente che sono soprattutto le irregolari quelle più vulnerabili, che dipendono in tutto dal compagno e devono sopportarne le violenze, le angherie, magari i ricatti?

Non va fatta alcuna distinzione tra vittime regolari ed irregolari, né tra centri antiviolenza riconosciuti e associazioni non titolate.

Perché la violenza è trasversale, ma colpisce soprattutto le persone più nascoste, le invisibili, e sono i piccoli centri di ascolto a dare una mano, spesso, proprio a queste.

Si è fatta una distinzione iniqua laddove l’unica differenza, in questo tema, sta tra l’essere ancora dentro al ciclo della violenza e il tentare di uscirne.

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