I fatti di Rimini: come li punisce la legge italiana

(di Alessia Sorgato, Avvocato)

Violenza Rimini

Dei fatti di Rimini si è letto di tutto e poi, sorpassati da altri fatti, altrettanto atroci, altrettanto allarmanti, li abbiamo accantonati.

Io invece voglio tornare lì, nel sangue e nel vomito, e spiegarvi quello che nessuno forse vi ha raccontato. Come li puniranno. Perché li puniranno, eccome. Ci sarà un processo e al termine di esso verrà emessa una sentenza. Io provo a immaginare come verrà resa, se (e fino a decisione irrevocabile da noi funziona la presunzione di innocenza) sarà una sentenza di condanna.

 

 

È definito “Violenza sessuale” il fatto di chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. L’articolo 609 bis del codice penale lo punisce con la pena del carcere da cinque a dieci anni. Aumenta alla pena da sei a dodici anni se il reato è commesso con violenze gravi (articolo 609 ter, lettera 5 sexies codice penale).

Si definisce invece violenza sessuale di gruppo quella in cui agli atti di violenza sessuale partecipano più persone riunite. Chiunque la commetta è punito con la reclusione da sei a dodici anni, che aumentano se concorre talune delle aggravanti di cui all’articolo 609 ter, visto sopra (l’aumento ordinario ammonta a “fino ad un terzo”).

Se il fatto è commesso da soggetto che abbia compiuto gli anni 14 ma non ancora gli anni diciotto, la pena è diminuita (non oltre un terzo, secondo la regola ordinaria).

 

Questo è l’ambito in cui dobbiamo muoverci per tentare una previsione in termini di pena, durata delle indagini, possibili sbocchi processuali, giudice competente e così via, toccando anche il tema della estradizione.

Punto di partenza è che il processo per i fatti di Rimini si svolge e si svolgerà avanti al Tribunale dei Minori di Bologna, per tre degli autori, e al Tribunale di Rimini per l’indagato maggiorenne.

Si applica e si applicherà la legge italiana, in forza di alcuni principi – base: che essa  è cogente per tutti coloro, cittadini o stranieri, che si trovano sul territorio dello Stato (articolo 3 del codice penale); che nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale (articolo 5) e soprattutto che chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo la legge italiana, in base all’articolo 6 del codice penale, che poi precisa che il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando l’azione (il comportamento, la condotta, per semplificare) che lo costituisce è avvenuto qui in tutto o parte oppure qui si è verificato l’evento.

Tutto il fatto – azione (violenza e/o minaccia) ed evento (costrizione della giovane donna polacca a subire atti sessuali) è avvenuto nel territorio che ricade sotto la giurisdizione del giudice italiano e la competenza di quello, rispettivamente, di Rimini e di Bologna, come sopra indicato.

Chiariamo subito: l’articolo 11 del codice penale italiano stabilisce anche che il processo in Italia si celebra anche se l’autore del fatto (commesso in Italia) venga giudicato per il medesimo anche all’estero quindi nel caso di estradizione.

La Polonia, si è letto, ha infatti chiesto di ricevere i quattro autori delle violenze per sottoporli a procedimento in quel Paese, posto che le violenze sono  state commesse in danno di una sua cittadina. Per questa ragione è opportuno sapere che la relativa domanda, da parte di quel Governo, oggi non può che concernere l’applicazione di un provvedimento restrittivo della libertà, emesso da un giudice polacco, che va allegato e mandato al Ministero di Giustizia. Si pronuncia anche la Corte d’Appello del luogo dove gli indagati hanno la residenza, la dimora o il domicilio nel momento in cui perviene la domanda di estradizione, a meno che non siano direttamente loro a prestare il consenso. Ma il Ministero italiano può ancora negare la estradizione. Si noti che la Polonia può farsi rappresentare da un avvocato sia davanti alla Corte sia successivamente in Cassazione, quando l’estradizione venga ipoteticamente negata.

Altro chiarimento indispensabile: l’estradizione viene negata non solo quando manchi la reciprocità (eventualità scongiurata in questo caso perché la violenza sessuale è reato sia in Polonia che in Italia), non solo quando l’indagato rischi la pena di morte nello Stato che ne ha chiesto estradizione (altra ipotesi che in questo caso non sussiste) o ancora violazioni dei suoi diritti fondamentali o trattamenti inumani e degradanti, ma soprattutto, a mente dell’articolo 705 del codice di procedura penale, quando pende qui il procedimento penale per il medesimo reato. Il che è senza dubbio il nostro caso.

Quindi accantonata l’ipotesi di mandare i quattro indagati ora in Polonia, concentriamoci sulla legge che applica il giudice italiano.

 

La cornice edittale – ossia la pena tra minimo e massimo che gli indagati stanno rischiando – è stata declinata subito, all’inizio di questo articolo.

Va precisato che a mio modesto avviso ci sono un paio di ulteriori aggravanti ipotizzabili: la c.d. minorata difesa, anzitutto, perché abbattere l’amico che avrebbe potuto difenderla, agire nel cuore della notte in luogo buio ed isolato ed infierire in quattro contro una donna inerme costituisce quell’aver “profittato di circostanze di tempo, luogo o persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa”.

Ma non è da escludersi anche l’aggravante comune di cui all’art. 61, n. 8, codice penale (stiamo ragionando sempre in teoria, visto che, come esplicitato tante volte e ribadito anche in questa sede, quando non si hanno a disposizione gli incarti processuali integrali ed originali si possono solo azzardare ipotesi), ossia l’aver “aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso”: se non venisse elevata imputazione per tentato omicidio, infatti, questo sarebbe un modo per punire anche la parte dell’episodio relativa al tentato affogamento in mare della vittima.

Come abbiamo detto all’inizio, se le azioni concretamente svolte dagli indagati costituiscono violenze “gravi”, la pena non è più da sei a dodici anni, ma sino ad un terzo in più, quindi da otto a sedici anni di pena base.

 

Cosa succede dal punto di vista sanzionatorio, se vengono elevate queste due ulteriori aggravanti? La pena, si dice, deve essere aumentata sino al triplo del massimo stabilito dalla legge per il reato (quindi dodici anni, ma anche sedici se rientriamo nel caso delle violenze gravi, per tre: 36 anni di reclusione 48 nel caso aggravato) ma non può comunque superare gli anni trenta di reclusione. Trenta anni è quindi – sempre in linea teorica – il massimo della pena che il maggiorenne sta rischiando. La diminuzione per i minorenni, si è già detto, ammonta a fino un terzo, quindi siamo a vent’anni ciascuno.

I riti alternativi e le generiche sono i due temi che vanno studiati come contraltare, perché ambedue gli istituti diminuiscono la pena:  le attenuanti generiche possono farla scendere sino ad un terzo e il rito abbreviato (a cui è mio parere che accederanno, soprattutto in trasformazione ad un eventuale decreto di giudizio immediato, estremamente probabile dato che la ricostruzione della vicenda è ormai abbastanza chiara)consente di ricevere la riduzione di un terzo sulla pena che il giudice infliggerebbe.

Per esempio, se il giudice partisse dal massimo edittale – ossia trent’anni per il maggiorenne – e decidesse comunque di concedergli le generiche (non so ipotizzarne i motivi, ma facciamo pure il caso), la pena – base sarebbe trenta meno la diminuzione fino a un terzo. Ipotizziamo che la conceda in massima estensione – un terzo – partiamo da vent’anni (trenta meno un terzo, che è di 10 anni) e su questa pena applichiamo la riduzione di un terzo per l’abbreviato arriviamo ad anni tredici e mesi quattro di reclusione.

Per i minorenni c’è l’ulteriore riduzione di un terzo: arriviamo a circa nove anni di reclusione.

Ultima notazione: davanti al Tribunale dei Minori non è possibile chiedere il risarcimento dei danni ma davanti al Tribunale ordinario è assolutamente la regola.

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