Reati informatici

Nel nostro ordinamento esistono più reati informatici, tra i più gravi abbiamo quelli contro la pedopornografia, che puniscono chi si procura e/o detiene  immagini pedopornografiche scaricate al computer.

Viene definito materiale pornografico quello che ritrae o rappresenta visivamente un soggetto minore di diciotto anni coinvolto in un comportamento sessualmente esplicito.

Il reato di detenzione di materiale pornografico (articolo 600-quater c.p.) consiste nel procurarsi materiale pedopornografico (realizzato utilizzando minori degli anni diciotto, ) “scaricato” (mediante operazione di “downloading”) da un sito Internet a pagamento.

In tale illecito rientra anche la semplice visione del materiale pedopornografico, questo perché le immagini sono state nella disponibilità del soggetto, anche se per un brevissimo lasso di tempo.

Il reato di pornografia minorile (articolo 600-ter c.p.) sanziona le condotte che alimentano il mercato della distribuzione, divulgazione o pubblicizzazione di materiale contenente immagini lesive dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale dei minori.


Si tratta della diffusione di esibizioni pornografiche o la produzione di materiale pornografico con utilizzazione di minori degli anni diciotto o, in alternativa, l’induzione dei minori a partecipare ad esibizioni pornografiche.

E’ importante sottolineare che la gravità sta nella messa a disposizione di terzi di tale materiale.

Occorre poi evidenziare che non è necessaria una esibizione lasciva degli organi genitali di soggetti minori di anni diciotto, ma è sufficiente una qualunque rappresentazione degli stessi organi per scopi sessuali.


Vi sono poi i reati informatici legati alla offesa della reputazione altrui o, addirittura, della identità personale.

Molto rilevante è la possibilità di punire la diffamazione consistente nella offesa alla altrui reputazione col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico (articolo 595, comma 3, c.p.)

Tra i mezzi di pubblicità rientrano senza dubbio anche i social network, tra cui Facebook.

Infatti, anche la semplice pubblicazione di foto sul profilo facebook ritraenti un soggetto (anche maggiorenne) in atti sessuali e/o frasi ingiuriose rivolte alla stessa persona o ad altri è da ritenersi un’offesa alla reputazione altrui, aggravata dall’aver commesso il fatto con un mezzo di pubblicità.

Nella medesima direzione si è mossa, di recente, la Corte di Cassazione (Sezione I penale, n. 37596, 12 settembre 2014) laddove ha precisato che per comprendere se sia integrato il reato di molestie mediante apprezzamenti volgari e a sfondo sessuale inviando, sotto pseudonimo, dei messaggi sulla pagina Facebook altrui , è necessario stabilire se la pagina personale di Facebook sia da considerare o meno un luogo pubblico o aperto al pubblico.

La Corte ha ritenuto Facebook  quale piazza virtuale cui chiunque possa accedere.

Pertanto, bisogna valutare se i messaggi volgari siano inviati via chat, e quindi visibili solo alla vittima,  oppure fossero pubblicati sulla bacheca Facebook della vittima e come tali visibili a tutti.


Il nostro sistema legislativo si sta via via modificando al fine di far fronte anche ad esigenze di tutela nei confronti delle vittime di reati informatici volti ad arrecare pregiudizio alla identità personale.

Una conferma dell’orientamento del nostro legislatore in tal senso si può rinvenire nella recente introduzione dell’ipotesi di indebito utilizzo d’identità digitale, aggravante della frode informatica inserita nel codice penale (art. 640 ter c.p.) dalla Legge 15 ottobre 2013 n. 119.

La pena prevista è la reclusione da due a sei anni e la multa da euro 600 a euro 3.000 se il fatto è commesso con furto o indebito utilizzo dell’identità digitale in danno di uno o più soggetti.

Attraverso questa nuova circostanza aggravante si è perseguito l’obiettivo di “materializzare” l’identità personale in rete consistente in una sostituzione di persona resa possibile, e in ciò si differenzia dal furto di identità digitale, da un uso non autorizzato di dati raccolti lecitamente.