Cyberbullismo: cosa implica la nuova legge?

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Il 3 giugno è entrata in vigore la Legge 27 Maggio 2017, che fornisce nuove disposizioni in merito al fenomeno del Cyberbullismo: le prime riflessioni di Alessia Sorgato.

 

1. I numeri

Esistono statistiche pubblicate da alcuni Enti ed Associazioni, reperibili in internet. Quella della Polizia Postale, per esempio, riporta 235 casi di cyberbullismo trattati dalle Forze dell’Ordine specializzate in reati informatici, di cui 88 per minacce, ingiurie e molestie, 70 per furto di identità digitale sui social network, 42 diffamazioni e 27 diffusioni di materiale (pedo)pornografico. In 8 casi si è arrivati sino al cyberstalking, ossia alla persecuzione in rete.

Anche la Società italiana di Pediatria ha diffuso i dati di un suo sondaggio, operato su un campione di 10 Mila ragazzi tra i 14 ed i 18 anni, e le percentuali sono molto più alte: il 33% di loro ha dichiarato di aver subito atti di bullismo (quindi non online).

Io ritengo che sia presto per parlare di statistiche, la legge è entrata in vigore da soli due mesi ed è sulla base della sua applicazione che dovremo ragionare, visto che il suo obiettivo è far emergere un sommerso che, non solo a parere mio, è estremamente vasto e profondo.

 

2. Chi può agire

Le famiglie, ed ancor prima dei genitori i loro stessi figli, oggi hanno a disposizione una tutela diversificata e – almeno nelle intenzioni del legislatore – molto veloce nel raggiungere i risultati.
Per schematizzare: la legge fornisce dei rimedi specifici e li affida in generale ai genitori, nel senso moderno di ciascuno dei genitori o esercenti la responsabilità (immaginiamo coppie separate magari in aperto conflitto, per intenderci meglio).

Quanto ai ragazzi, consente che si attivino direttamente loro, se hanno già compiuto 14 anni. Questa è quindi la regola: minori di 14 anni, che abbiano subito taluno degli atti indicati dalla nuova legge (che spaziano dalle molestie alle aggressioni, dai ricatti alla violazione di norme Privacy) fanno muovere i genitori, maggiori di 14 anni possono agire personalmente.

 

3. I rimedi contro il Cyberbullismo

I maggiori di 14 anni e/o i (o uno dei) loro genitori potranno inoltrare al titolare del trattamento, al gestore del sito internet o dei social media (ove pubblicato il post “incriminato”) una istanza di oscuramento, rimozione o blocco di qualsiasi dato personale del minore.

Entro 24 ore il destinatario dell’istanza deve comunicare di averla presa in carico e provvedere nelle successive 48 ore. Se non lo fa, o se non è individuabile (perché per esempio la piattaforma ospitante è restia a comunicare i dati), ci si può rivolgere direttamente al Garante Privacy, con segnalazione o reclamo, e quest’ultimo deve provvedere entro 48 ore.

Secondo strumento, limitato però ai casi in cui il comportamento da censurare sia una offesa (quindi ingiuria o diffamazione a seconda che abbia raggiunto solo il destinatario o anche altre persone), una minaccia o una forma di violazione della privacy (alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito dei dati personali), che il suo autore sia un minore che ha compiuto 14 anni ( quindi dev’essere noto) e che non sia ancora stata proposta la denuncia o querela contro di lui.
In tal caso, quando ricorrono tutte queste condizioni, il ragazzino ultra14enne bersagliato e/o ciascuno dei suoi genitori (se in disaccordo tra loro prevale quello che agisce) possono rivolgere al Questore richiesta di ammonimento, ossia di convocare l’autore del  o degli atti di cyberbullismo e avvisarlo. Di cosa? Beh, li starà alla preparazione ed alla sensibilità del funzionario. È molto probabile che questo istituto, già in uso da qualche anno per gli atti persecutori tra adulti, venga regolato dalla prassi secondo un criterio prudenziale e di buon senso. Affidato, cioè, a personale specializzato, appositamente formato da corsi di aggiornamento, che sappia quindi parlare appropriatamente al ragazzino non soltanto spaventandolo perché è stato scoperto, ma soprattutto inducendolo a riflettere sui motivi per cui non deve ripetere quel che ha fatto.

Terzo rimedio, che esiste da sempre, e che la legge infatti non tocca, dando invece i rimedi alternativi, e’ la tradizionale denuncia querela, visto che tutti o, almeno, la maggior parte degli atti di cyberbullismo costituiscono già autonome figure di reato. E così si apre la fase delle indagini e poi del processo penale vero e proprio avanti al tribunale per i minori.

 

4. E’ una legge efficace?

Già la circostanza di aver in mano uno strumento che, sempre nelle intenzioni del legislatore, poi la pratica ci insegnerà se siano realistiche, ottenga un risultato nel giro di tre giorni, appare estremamente positiva.
Il rischio principale connesso a comportamenti nocivi che si realizzino attraverso la strutturale capillarità di internet è infatti la velocità di inoltro e propagazione, per cui la tempestività è davvero importante per arginare le conseguenze.

 

5. La mia opinione

Chiudo con una opinione personale: da avvocato penalista, ammetto che quando ho visto “tagliare” dal testo definitivo della legge quella parte che introduceva un nuovo reato ed una nuova aggravante, mi è dispiaciuto.
Le denunce ed i processi penali sono il mio mondo e non sono insensibile a quella necessità di “punizione” che si avverte sempre più urgente negli italiani.

Ma a rifletterci bene, devo concludere che – ora che la norma entrata in vigore è stata ristretta al mondo online dei minorenni ( non tratta infatti di bullismo ne’ si rivolge agli adulti, neppure se giovani) – aver provveduto intanto alla rimozione dei contenuti potenzialmente lesivi e poi all’avvertimento del responsabile è il rimedio più opportuno. Non dimentichiamo che questa legge apre alla famiglia ed alla scuola e li invita a parlare ai ragazzi, coinvolgerli in programmi e strumenti di formazione, perché il nostro obiettivo è insegnare loro l’educazione digitale che li renda non solo connessi ma soprattutto collegati.

 


 

Per approfondire, si faccia riferimento al Libro “Il cyberbullismo (alla luce della legge 29 maggio 2017, n. 71)“, di Mauro Alovisio, Giovanni Battista Gallus, Francesco Paolo Micozzi – Con il contributo di Alessia Sorgato (Ed. Dike Giuridica, 2017)

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