Cosa ho Ottenuto

“No alla derubricazione del delitto di maltrattamenti in quello di lesioni aggravate, percosse ed ingiurie, se la vittima è in stato di ubriachezza”

Ho difeso una signora che aveva denunciato il suo compagno raccontando di essere stata in più occasioni vittima di perduranti e brutali vessazioni fisiche e psicologiche.

L’uomo ha tentato di difendersi dichiarando di aver agito al solo fine di placarla quando, in stato di ubriachezza, diveniva “incontrollabile” e provocava violenti litigi tra loro.

Il Giudice ha respinto la richiesta della difesa di assolverlo, o quanto meno di ravvisare solo i reati – meno gravi – di lesioni aggravate, percosse ed ingiurie, e lo ha condannato alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione. Infatti ha ritenuto pienamente provata la sussistenza di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi del delitto di maltrattamenti in famiglia, consistenti nella consapevole, volontaria e sistematica reiterazione da parte dell’imputato  di atti di sopraffazione lesivi dell’integrità morale, della libertà e del decoro della parte offesa.

“La misura dell’allontanamento dalla casa familiare, e l’obbligo di contribuzione al mantenimento, possono essere applicati anche con la sentenza di condanna”

Ho assistito una donna il cui marito veniva processato per maltrattamenti contro di lei. Durante il giudizio la coppia è stata seguita anche dal centro di mediazione Concordo, ma nonostante questo l’uomo ha continuato a picchiare e vessare sua moglie, che ha potuto mostrare i lividi al Giudice.

L’imputato non è stato solo condannato alla pena di due anni e quattro mesi di reclusione, ma gli è stata altresì applicata la misura dell’obbligo di allontanamento dalla casa familiare, con divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla parte offesa – da me assistita – e dai figli (abitazione, luogo di lavoro, scuole).

Per evitare che il disposto allontanamento privasse la signora ed i figli degli adeguati mezzi di sussistenza, ha altresì ingiunto all’imputato di corrispondere una somma mensile pari ad euro 700,00 tale da permettere alla persona offesa di far fronte al pagamento del canone di locazione e delle bollette delle utenze.

A fronte di un comportamento assunto dall’imputato in alcun modo denotato da capacità di autocontrollo e dalla consapevolezza della antigiuridicità delle condotte poste in essere, atteso che, nonostante fosse già instaurato il procedimento a suo carico, ha dimostrato di non avere tratto da questa esperienza elementi di rivisitazione critica della condotta tenuta, né di aver maturato un convincimento circa la lesività dei comportamenti assunti sufficientemente solido, si è ritenuto che lo stesso non fosse meritevole di un giudizio prognostico favorevole in merito alla astensione in futuro dal compiere ulteriori reati nei confronti della moglie, tale da fondare i presupposti per l’applicazione della misura cautelare ex art. 282-bis, commi 1, 2 e 3 c.p.p.

“Vittima di maltrattamenti da parte del convivente e della di lui amante, ottiene una condanna ad una pena esemplare grazie alla sua testimonianza ed alla foto ritraenti le brutali violenze subite”

Il Giudice ha condannato il convivente della parte civile, da me difesa, alla pena di anni 5 di reclusione ed al pagamento di una provvisionale di euro 10.000,00 poiché sono riuscita a provare che lo stesso aveva brutalmente maltrattato la convivente mediante atti di violenza non solo fisica, consistiti nel percuoterla sistematicamente con schiaffi e pugni al volto ed al tronco, ma anche psicologica arrivando addirittura a costringerla a prostituirsi, e per averla umiliata con insulti raccapriccianti e minacciata anche di morte cagionandole penose condizioni di vita, rendendo così abitualmente mortificanti e dolorose le relazioni personali con la stessa.

Assieme a lui è stata condannata anche l’amante dell’imputato ad anni 2 e mesi 6 di reclusione ed al pagamento di una provvisionale di euro 4.000,00 per aver insultato e minacciato di morte la donna e per averla picchiata a tal punto da cagionarle lesioni personali consistite in “sindrome dell’adulto maltrattato”.

In casi di maltrattamenti in famiglia è raro ottenere condanne di tale entità, ma la gravità del caso di specie ha giustificato senza dubbio tale scelta da parte del Giudicante che si è così determinato sulla base delle emergenze processuali consistenti nei referti medici della vittima, nelle fotografie attestanti le violente aggressioni subite e nell’esame della parte offesa, risultata agli occhi del Giudice pienamente credibile ed attendibile (i suoi racconti sono risultati lineari, logici, sofferti e privi di contraddizioni).

Contro lo stalking ho ottenuto:

“Ottenuta una provvisionale di euro 30.000,00 a ristoro del danno subito da una vittima di stalking”

Il Tribunale di Milano, sez. IX penale, ha accolto la richiesta del difensore di parte civile, oltre che relativamente alla pena, anche per quanto attiene la richiesta di risarcimento del danno derivante da reato, nel caso di specie da stalking ed ha condannato l’imputato alla pena di anni due ed al pagamento di una provvisionale pari ad euro 30.000,00 in favore della parte civile.

Nel corso del processo, ho avuto modo, tramite il deposito di una consulenza tecnica di parte, di dimostrare gli effetti devastanti che le condotte dell’imputato hanno avuto sulla parte offesa, tali da farla vivere in uno stato d’ansia intensa e di paura incontrollata e che hanno compromesso grandemente la sua vita privata e lavorativa.

Ha cambiato le proprie abitudini di vita, mutando appositamente i percorsi e gli orari, arrivando addirittura a muoversi solo in auto, al fine di prevenire e fuggire dalle aggressioni dell’uomo e, quando invece si trovava in casa, ha convissuto con la fobia per il suono del telefono.

Una vera e propria agonia che ha spinto la donna addirittura a valutare il suicidio, che però, almeno da un punto di vista di riconoscimento da parte della giustizia, ha avuto un lieto fine: una condanna che ha tenuto conto della portata traumatica dell’esperienza patita dalla giovane vittima.

“Divieto di avvicinamento: efficacia effettiva, una volta ottenuta la specificazione delle prescrizioni”

Nel corso di un procedimento penale per stalking, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, ha applicato all’imputato, su mia istanza, la misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa e alla di lei figlia ed ai luoghi dalla stessa frequentati, quali la residenza, il luogo di lavoro, nonché la scuola frequentata dalla figlia, con divieto di comunicazione con la stessa parte offesa e l’obbligo di mantenere una distanza di almeno 300 metri.

Nonostante l’applicazione della predetta misura, la parte offesa si è dovuta scontrare col fatto che l’imputato ha persistito nel recarsi nei luoghi frequentati da entrambi e siti nei pressi dell’abitazione della vittima che non erano espressamente previsti nella misura.

È stato dunque necessario chiedere al Giudice di aggiungere, e per l’effetto specificare, i luoghi cui riferire l’ordinanza cautelativa del divieto di avvicinamento.

Anche tale istanza è stata accolta dal Giudice (previo parere favorevole del Pm), il quale ha integrato l’originaria istanza con i luoghi da me indicati.

Così facendo, l’eventuale nuova violazione da parte dell’imputato sarebbe stata punibile in forza di un divieto espressamente indicato dal Giudice e, cosa ancor più importante, l’intervento delle Forze dell’Ordine più volte richiesto dalla parte offesa, sarebbe stato pienamente giustificato e dovuto.

“Patteggiamento accolto dal Giudice, una volta che è stato subordinato alla sottoposizione a terapie mediche”

Ho assistito un imputato tratto in arresto per il reato di stalking. Convalidato l’arresto il Giudice ha applicato all’imputato la misura cautelare degli arresti domiciliari ed ha fissato una nuova udienza per la celebrazione del processo.

In tale sede, dalle parti è stata avanzata richiesta di patteggiamento alla pena di anni uno di reclusione, subordinata alla concessione della sospensione condizionale della pena.

Ho chiesto al Giudice che la decisione in merito all’accoglimento o meno del patteggiamento (in particolare riguardo alla sospensione condizionale) fosse ulteriormente subordinata all’esito dei colloqui concessi dall’Autorità Giudiziaria all’imputato presso un Presidio Criminologico.

Il Giudice, sulla base del fatto che l’imputato (oltre ad aver rispettato gli obblighi derivanti dalla misura degli arresti domiciliari) si è sottoposto volontariamente a terapie mediche, che erano ancora in corso, e che ha cambiato atteggiamento nei confronti della parte offesa comprendendo la gravità dei suoi comportamenti, ha ritenuto lo stesso meritevole della sospensione condizionale della pena, revocando la misura cautelare degli arresti domiciliari.

Contro i maltrattamenti ho ottenuto:

“No alla derubricazione del delitto di maltrattamenti in quello di lesioni aggravate, percosse ed ingiurie, se la vittima è in stato di ubriachezza”

Ho difeso una signora che aveva denunciato il suo compagno raccontando di essere stata in più occasioni vittima di perduranti e brutali vessazioni fisiche e psicologiche.

L’uomo ha tentato di difendersi dichiarando di aver agito al solo fine di placarla quando, in stato di ubriachezza, diveniva “incontrollabile” e provocava violenti litigi tra loro.

Il Giudice ha respinto la richiesta della difesa di assolverlo, o quanto meno di ravvisare solo i reati – meno gravi – di lesioni aggravate, percosse ed ingiurie, e lo ha condannato alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione. Infatti ha ritenuto pienamente provata la sussistenza di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi del delitto di maltrattamenti in famiglia, consistenti nella consapevole, volontaria e sistematica reiterazione da parte dell’imputato  di atti di sopraffazione lesivi dell’integrità morale, della libertà e del decoro della parte offesa.

“La misura dell’allontanamento dalla casa familiare, e l’obbligo di contribuzione al mantenimento, possono essere applicati anche con la sentenza di condanna”

Ho assistito una donna il cui marito veniva processato per maltrattamenti contro di lei. Durante il giudizio la coppia è stata seguita anche dal centro di mediazione Concordo, ma nonostante questo l’uomo ha continuato a picchiare e vessare sua moglie, che ha potuto mostrare i lividi al Giudice.

L’imputato non è stato solo condannato alla pena di due anni e quattro mesi di reclusione, ma gli è stata altresì applicata la misura dell’obbligo di allontanamento dalla casa familiare, con divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla parte offesa – da me assistita – e dai figli (abitazione, luogo di lavoro, scuole).

Per evitare che il disposto allontanamento privasse la signora ed i figli degli adeguati mezzi di sussistenza, ha altresì ingiunto all’imputato di corrispondere una somma mensile pari ad euro 700,00 tale da permettere alla persona offesa di far fronte al pagamento del canone di locazione e delle bollette delle utenze.

A fronte di un comportamento assunto dall’imputato in alcun modo denotato da capacità di autocontrollo e dalla consapevolezza della antigiuridicità delle condotte poste in essere, atteso che, nonostante fosse già instaurato il procedimento a suo carico, ha dimostrato di non avere tratto da questa esperienza elementi di rivisitazione critica della condotta tenuta, né di aver maturato un convincimento circa la lesività dei comportamenti assunti sufficientemente solido, si è ritenuto che lo stesso non fosse meritevole di un giudizio prognostico favorevole in merito alla astensione in futuro dal compiere ulteriori reati nei confronti della moglie, tale da fondare i presupposti per l’applicazione della misura cautelare ex art. 282-bis, commi 1, 2 e 3 c.p.p.

“Vittima di maltrattamenti da parte del convivente e della di lui amante, ottiene una condanna ad una pena esemplare grazie alla sua testimonianza ed alla foto ritraenti le brutali violenze subite”

Il Giudice ha condannato il convivente della parte civile, da me difesa, alla pena di anni 5 di reclusione ed al pagamento di una provvisionale di euro 10.000,00 poiché sono riuscita a provare che lo stesso aveva brutalmente maltrattato la convivente mediante atti di violenza non solo fisica, consistiti nel percuoterla sistematicamente con schiaffi e pugni al volto ed al tronco, ma anche psicologica arrivando addirittura a costringerla a prostituirsi, e per averla umiliata con insulti raccapriccianti e minacciata anche di morte cagionandole penose condizioni di vita, rendendo così abitualmente mortificanti e dolorose le relazioni personali con la stessa.

Assieme a lui è stata condannata anche l’amante dell’imputato ad anni 2 e mesi 6 di reclusione ed al pagamento di una provvisionale di euro 4.000,00 per aver insultato e minacciato di morte la donna e per averla picchiata a tal punto da cagionarle lesioni personali consistite in “sindrome dell’adulto maltrattato”.

In casi di maltrattamenti in famiglia è raro ottenere condanne di tale entità, ma la gravità del caso di specie ha giustificato senza dubbio tale scelta da parte del Giudicante che si è così determinato sulla base delle emergenze processuali consistenti nei referti medici della vittima, nelle fotografie attestanti le violente aggressioni subite e nell’esame della parte offesa, risultata agli occhi del Giudice pienamente credibile ed attendibile (i suoi racconti sono risultati lineari, logici, sofferti e privi di contraddizioni).